
Fare le cose come si devono fare
L’argomento principale della parashà è l’inaugurazione del Mishkan e la morte di Nadav e Avihù, i due figli di Aharon.
Era il primo giorno di Nissan del secondo anno dall’uscita dall’Egitto, il lavoro del Tabernacolo era terminato in tutti i suoi particolari, esattamente come aveva comandato il Sig-ore, ed anche la grandiosa cerimonia di iniziazione di Aharon e i suoi figli al Sacerdozio, che era durata otto giorni, era stata eseguita: “tutto è stato fatto esattamente secondo le disposizioni date dal Sig-ore a Moshè”.
Moshè stesso segue i lavori del Mishkan e solo dopo aver constatato che tutti i lavori sono stati fatti precisamente… “secondo quanto il Sig-ore aveva ordinato; quindi Moshè li benedisse” (Es.39/43). In tutti i capitoli della descrizione della costruzione del Mishkàn e dell’iniziazione di Aharon e i suoi figli al Sacerdozio, troviamo ripetuta al termine di ogni operazione la frase: che il tutto è stato fatto “come il Sig-ore aveva comandato a Moshè”; ma mai nessuno si era sognato di fare qualcosa di propria iniziativa, senza che l’avesse ordinata Moshè su ordine del Sig-ore, addirittura Moshè stesso al termine dei lavori della costruzione del Tabernacolo, che lui stesso aveva personalmente seguito, non poté entrarvi, senza l’ordine del Sig-ore.
Dopo l’errore della costruzione del vitello d’oro non si poteva più sbagliare, e tutto doveva essere fatto secondo le precise istruzioni ricevute da Moshè direttamente dal Sig-ore, e così fu; purtroppo la sontuosa cerimonia d’inaugurazione del Mishkàn viene funestata dalla morte dei due figli di Aharon: Nadav e Avihù, che avrebbero voluto offrire dell’incenso senza che la cosa fosse stata ordinata, e per questo motivo vengono arsi davanti al Santuario, da un fuoco proveniente dal Sig-ore.
Alcuni Maestri si chiedono se la punizione non fosse stata un po’ esagerata, considerato che in fin dei conti la loro intenzione era quella di offrire un ketoret al Sig-ore; la risposta la dà Moshè ad Aharon: (Es. 10/3) ” questo è ciò di cui parlò il Sig-ore: “attraverso quelli che mi sono vicini sarò santificato ed alla presenza di tutto il popolo sarò onorato”, come a dire che il Sig-ore è più esigente con chi gli è più vicino; quanto più uno è elevato, più deve rispettare meticolosamente le leggi.
di Rav Pino Arbib
Scendere alla stazione di Pesah
A Pèsach ricordiamo la Yetziàt Mitzràim, l’uscita degli ebrei dall’Egitto. Questo evento centrale della nostra storia non viene ricordato solo a Pèsach ma ogni giorno, più volte al giorno. Lo shabbàt e quasi tutte le feste ricordano questo avvenimento, la mitzvà dei tefillìn e la lettura dello shemà servono a perpetuarne la memoria.
Un grande maestro del Cinquecento, il Maharal di Praga, si chiede perché la tradizione ebraica insista tanto su questo ricordo. Il motivo di tanta insistenza, secondo il Maharal, è che con la Yetziàt Mitzràim, abbiamo smesso di essere schiavi di altri uomini e la libertà è la premessa necessaria al Matàn Torà (dono della Torà). Non si può ordinare di osservare dei precetti a una persona le cui scelte dipendono dalla volontà degli altri, non si può costruire una propria identità se si è soggiogati da un altro popolo. Però, obietta il Maharal, la liberazione dalla schiavitù egizia è solo un momento della nostra storia. Dopo l’Egitto gli ebrei hanno subito altre persecuzioni, altre schiavitù. Eppure hanno continuato a festeggiare il zemàn cherutènu (il tempo della nostra libertà) e a ricordare l’uscita dall’Egitto anche nei momenti peggiori. Che senso ha festeggiare la libertà se non si è liberi? Esistono, dice il Maharal, due tipi di libertà, la libertà esteriore e la libertà interiore.
La libertà esteriore dipende dalle circostanze storiche e il popolo ebraico l’ha persa e riconquistata più volte. Ma la libertà interiore è stata definitivamente raggiunta con l’uscita dall’Egitto. Nella Torà, l’Egitto è chiamato Bet avadìm (casa degli schiavi). La schiavitù non era solo un’istituzione di quella società ma ne permeava la mentalità. Quella egizia era una società piramidale in cui ognuno era schiavo di qualcun altro. La schiavitù era entrata nelle menti e nei cuori di chiunque abitasse in quel paese, anche degli ebrei. Uscire dall’Egitto significa quindi uscire da questo tipo di mentalità, far uscire dalla propria mente e dal proprio cuore la schiavitù interiore.
Si può essere schiavi anche se si è apparentemente liberi e si può essere interiormente liberi anche quando si è in condizione di soggezione materiale. Un grande maestro del secolo scorso, R. E. Dessler, afferma che le feste sono un viaggio nel tempo e a ogni festa ci fermiamo in una stazione particolare. La stazione di Pèsach è quella della libertà interiore. Una libertà che abbiamo conquistato con la Yetziat Mitzràim ma che dobbiamo ricordare e risvegliare continuamente. La tentazione della schiavitù è sempre presente. La libertà richiede un grande impegno. Un uomo libero è chiamato a pensare con la propria testa, ad assumere le proprie responsabilità. Uno schiavo può fare a meno di tutto ciò, può delegare ad altri le proprie responsabilità, può anche evitare di pensare.
Viviamo in una società fortemente omologata e molte volte i nostri comportamenti e i nostri pensieri sono solo il riflesso del pensiero corrente, di ciò che è ritenuto comunemente corretto. A Pèsach dobbiamo riappropriarci della nostra libertà.
Dobbiamo ricominciare a pensare con la nostra testa, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, sia come singoli sia nei confronti della nostra comunità e del nostro popolo.
Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano
Rosette di Matzà
Ingredienti:
- 8 uova
- 500 gr. matzà macinata
- 500 gr. acqua
- 250 gr. olio di girasole
- 2 cucchiai da tavola zucchero
- 2 cucchiaini da caffè di sale
Procedimento:
fare bollire l’acqua l’olio il sale e lo zucchero, mettere la matztà macinata in una ciotola e versarci sopra il liquido bollente mischiare bene (è un po’ faticoso) ed aggiungere un uovo alla volta mischiando sempre l’impasto. Lasciare riposare 20 minuti e poi con le mani bagnate fare delle palline (la misura di un mandarino) ne vengono circa 16. Infornare a forno caldo a 180° per circa 40 minuti, abbassare il calore a 150 e lasciare ancora in forno per circa 10/15 minuti per cuocere bene anche l’interno e formare un vuoto, attenzione se rimangono crudi al centro si sgonfiano.
N.B. : se il forno è a gas, per evitare che si brucino sotto si consiglia di mettere una piccola teglia giù in basso sulla fiamma del forno.
Eva Gerbi Naccache